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LA DONNA HIV+ IN GRAVIDANZA
Trasmissione verticale dell’HIV in Italia: tendenze temporali e ruolo
del counselling
La percentuale di
trasmissione materno-fetale dell’infezione da HIV in Europa ha mostrato un
costante declino negli ultimi anni. Si è infatti passati da una incidenza di
infezione congenita da HIV pari circa al 25-30% a metà anni ’80, a un tasso
di trasmissione verticale dell’infezione pari al 10-15% agli inizi anni ’90
( Eur coll st 94-97, Byers 98).
Questo calo può essere
attribuito sia alle diverse caratteristiche della popolazione emergente di
gravide HIV-positive, spesso asintomatiche e prive di abitudini di vita a
rischio associate, sia all’introduzione di nuove modalità terapeutiche nel
management ostetrico al fine di ridurre la trasmissione verticale del virus,
quindi principalmente la modalità di espletamento del parto mediante taglio
cesareo e la terapia con zidovudina alla madre e al neonato.
I risultati incoraggianti di
questi studi hanno determinato un incremento del numero di donne HIV-positive
che partoriscono per via addominale o che ricevono per profilassi terapia
antiretrovirale.
Da un recente studio
multicentrico sulla trasmissione
verticale dell’HIV in Italia condotto dal gruppo SIGO (Società Italiana di
Ostetricia e Ginecologia) su oltre 1000 donne gravide HIV-positive nel periodo
1988-95 è stata osservata una tendenza di diminuzione nella percentuale di
trasmissione verticale dell’HIV negli anni, dovuto verosimilmente alla
maggiore incidenza di tagli cesarei nel quadriennio 92-95.
I principali fattori di
rischio correlati all’infezione congenita da HIV sono risultati il parto
pretermine, la modalità di espletamento del parto per via vaginale e una bassa
conta della sottopopolazione linfocitaria dei CD4+.
Per quanto riguarda più
specificamente la percentuale di trasmissione verticale in pazienti HIV-positive
in accordo al trattamento profilattico con zidovudina e alla modalità del parto
è emerso, sempre da un recente studio del gruppo SIGO su un totale di 279 donne
randomizzate per modalità del parto, che nel gruppo non sottoposto a terapia
antiretrovirale la percentuale di trasmissione verticale dell’infezione passa
dal 15%, se il parto è espletato per via vaginale, al 5% se il parto è
espletato mediante taglio cesareo; nelle donne HIV-positive sottoposte, invece,
a terapia antiretrovirale, la percentuale di trasmissione si riduce
ulteriormente all’8% e al 3% rispettivamente nel gruppo PS (parto spontaneo) e
TC (taglio cesareo). Se si distingue poi il TC eseguito in condizioni elettive
la percentuale di trasmissione passa al 3% contro il 5% riscontrato in caso di
taglio cesareo eseguito in condizioni di urgenza.
Ovviamente le nuove
acquisizioni sulla modalità di trasmissione verticale dell’infezione da HIV
ed i risultati incoraggianti sulle possibilità terapeutiche, oltre alla
constatazione che la popolazione emergente di gravide HIV-positive è spesso
asintomatica e priva di fattori di rischio associati, hanno influenzato la
scelta riproduttiva e l’attitudine verso la gravidanza delle donne
HIV-positive in età fertile. Si è osservato infatti negli anni una tendenza in
diminuzione nel numero di interruzioni volontarie di gravidanze in donne gravide
HIV-positive.
Inoltre sembrano optare più
comunemente per l’interruzione di gravidanza le donne che hanno una maggiore
coscienza della propria malattia, come conseguenza di un maggior numero di anni
di sieropositività nota, e le donne la cui modalità di contagio
dell’infezione è stato l’uso di droga endovena, per cui presentano
generalmente ulteriori fattori di rischio associati (fumo, malnutrizione,
coinfezioni, etc.).
In ogni caso le donne
HIV-positive in età fertile necessitano di un valido supporto socio-psicologico
ed un facile accesso a tutti i trattamenti medici, al fine di orientarle verso
una migliore e consapevole scelta riproduttiva.
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