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CROI 2020 – Primo Bollettino

LILA Onlus – Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids, in collaborazione con NAM, è lieta di fornirti la copertura scientifica ufficiale on-line della XXVII Conferenza sui Retrovirus ed Infezioni Opportunistiche – CROI 2020, in corso a Boston, negli Stati Uniti, dall’8 all’11 marzo 2020.

PRIMO BOLLETTINO

‘Paziente di Londra’ ancora in remissione dall’HIV
Il cosiddetto ‘paziente di Londra’ continua a non presentare tracce di HIV trenta mesi dopo l’interruzione delle terapie antiretrovirali: a riferirlo è il prof. Ravindra Gupta dell’University College di Londra alla Conferenza su Retrovirus e Infezioni Opportunistiche di quest’anno (CROI 2020). Questa edizione della conferenza si sta svolgendo in modalità virtuale dopo che è stato deciso di annullare l’incontro degli studiosi di persona a Boston a causa dell’emergenza sanitaria da nuovo coronavirus e sindrome COVID-19.

Nel 2016, l’uomo si era sottoposto a trapianto di midollo osseo per trattare un linfoma usando cellule staminali di un donatore con una resistenza naturale all’HIV. Si tratta di una procedura ad alto rischio, impensabile per le persone con HIV che non necessitano dell’intervento a causa di una malattia oncologica: ciò nonostante, la comunità scientifica sta studiando diversi approcci per replicarne gli effetti utilizzando la terapia genica.

Da quando il paziente ha interrotto le terapie antiretrovirali nel 2017, i ricercatori non hanno più rilevato HIV funzionale nel suo sangue, né nello sperma, nei linfonodi, nel tessuto intestinale o nel liquido cerebrospinale.

Sulla base di modelli matematici, il prof. Gupta ha calcolato che l’uomo ha il 99% di probabilità di restare in remissione a vita se almeno il 90% delle cellule recettive all’infezione da HIV conserveranno la mutazione CCR5-delta-32 ereditata dal donatore, un fenomeno di ‘coesistenza pacifica’ tra cellule di donatore e ricevente noto come chimerismo. L’ultima volta che l’uomo è stato sottoposto a esami, era stato mantenuto il chimerismo nel 99% delle cellule T periferiche, segno secondo Gupta che “quasi sicuramente” si tratterebbe di una cura. Secondo altri esperti, tuttavia, è necessario che l’uomo trascorra altro tempo senza assumere antiretrovirali prima di poterlo affermare con certezza.

Quando il caso è stato presentato per la prima volta a CROI 2019, l’uomo era noto solo come ‘paziente di Londra’, ma lunedì ha rivelato la sua identità in un’intervista al New York Times: si chiama Adam Castillejo. Ci sono dunque forti indicazioni che – dopo Timothy Ray Brown, a lungo noto solo come ‘paziente di Berlino’ – Castillejo sia la seconda persona al mondo a essere stata curata dall’HIV.

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L’articolo di ricerca pubblicato su The Lancet HIV (open access)

Antiretrovirali e aumento di peso, più elevato il rischio di diabete
L’aumento di peso che accompagna l’inizio delle terapie antiretrovirali determina con tutta probabilità un rischio più elevato di sviluppare il diabete, mentre non sembra influire sul rischio di malattia cardiovascolare: è quanto emerge dai risultati di due ampie analisi presentate a CROI 2020.

In vari trial randomizzati condotti in Africa sub-sahariana e studi di coorte in Nord America ed Europa si è osservato che, a seguito dell’inizio delle terapie antiretrovirali, si verificano cospicui aumenti di peso soprattutto nelle donne nere e nei pazienti che assumono sia dolutegravir che tenofovir alafenamide (TAF).

Quali siano le ripercussioni di questo aumento, è ancora da chiarire. Un più elevato indice di massa corporea (body mass index, BMI) è stato associato a un aumentato rischio di diabete e malattia cardiovascolare in alcuni studi – ma non tutti – condotti sia sulla popolazione generale che su quella HIV-positiva.

I ricercatori hanno ora calcolato l’impatto che l’aumento di peso osservato in concomitanza con l’assunzione di antiretrovirali può avere sul rischio di eventi cardiovascolari o diabete, sulla base di dati ricavati dallo studio ADVANCE e la coorte osservazionale D:A:D, creata per monitorare gli effetti avversi associati al trattamento con antiretrovirali.

In nessuna delle due coorti sono state osservate variazioni significative del rischio di malattia cardiovascolare, mentre è risultato più elevato il rischio di diabete associato all’aumento di peso.

Nello studio ADVANCE, il rischio diabete è aumentato dallo 0,30% allo 0,90% nei pazienti trattati con dolutegravir, TAF ed emtricitabina; dallo 0,30% allo 0,70% in quelli trattati con efavirenz, tenofovir disoproxil fumarato (TDF) ed emtricitabina; e infine dallo 0,40% allo 0,50% in quelli trattati con dolutegravir, TDF ed emtricitabina.

Nella coorte D:A:D, questo rischio è risultato invariabilmente aumentato di 1,5/2 volte, qualsiasi fosse il peso al baseline, in pazienti in cui la massa corporea aumentava di almeno 2kg/m2 (in confronto a quelli in cui il peso si manteneva invece invariato).

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Farmaci iniettabili long-acting, testata la somministrazione bimestrale
Una combinazione di due farmaci a lunga durata d’azione somministrati per via iniettiva solo una volta ogni due mesi ha mostrato un’efficacia nella soppressione della carica virale HIV paragonabile a quella delle iniezioni mensili, stando a uno studio presentato a CROI 2020.

Poter assumere i farmaci soltanto ogni due mesi è sicuramente più comodo e potrebbe dare benefici in termini di aderenza terapeutica. Nello studio presentato alla Conferenza, tuttavia, i pazienti trattati con questo tipo di regime sono risultati più soggetti allo sviluppo di farmacoresistenze se non riuscivano a mantenere soppressa la carica virale.

La combinazione long-acting composta da cabotegravir più rilpivirina è oggetto di studio ormai da svariati anni. Essendo stato osservato che i livelli di farmaco si mantenevano sufficienti nell’organismo per oltre un mese, i ricercatori hanno iniziato a sperimentare la somministrazione a frequenza bimestrale.

Questo nuovo studio, denominato ATLAS-2M, ha coinvolto 1045 partecipanti randomizzati per ricevere iniezioni di 600mg di cabotegravir e 900mg di rilpivirina una volta ogni due mesi (522 persone) oppure 400mg di cabotegravir e 600mg di rilpivirina una volta al mese (523 persone).

Dopo 48 settimane di trattamento continuavano ad avere una carica virale irrilevabile al baseline il 94,3% dei partecipanti del braccio di sperimentazione (quello con somministrazione bimestrale) contro il 93,5% del braccio di controllo (con somministrazione mensile).

Tuttavia, in otto individui (1,5%) del braccio di sperimentazione e in due (0,4%) del braccio di controllo si è osservato un fallimento virologico confermato (intendendo con questo termine due successive rilevazioni di viremia superiore alle 200 copie/ml), e nel braccio di sperimentazione si è osservata anche più frequentemente l’emergenza di mutazioni di farmacoresistenza.

Il trattamento è risultato comunque in linea generale sicuro e ben tollerato, e l’effetto collaterale più comune è stata una reazione locale nel punto di iniezione. Quasi tutti i partecipanti hanno riferito di preferire la somministrazione per via iniettiva a quella giornaliera per via orale.

Da questi risultati si evince che il regime a lunga durata d’azione con cabotegravir e rilpivirina potrebbe essere un’interessante opzione terapeutica, sebbene l’aumentata probabilità di farmacoresistenze potrebbe destare preoccupazione.

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